IL NUOVO WELFARE AZIENDALE: Investire sui collaboratori (Benito Melchionna)

1. L’impresa come “formazione sociale”

La Costituzione italiana del 1948 dà particolare rilievo alla tutela del lavoro (artt. 1, 4, 35-40) quale primaria espressione dei diritti sociali di terza generazione (dopo quelli civili e politici).

La stessa Costituzione (art. 2) assegna alle “formazioni sociali”, aggregazioni spontanee (famiglia, scuola, ecc.) tra cui rientra il sistema delle imprese, la funzione della “evoluzione” della personalità umana; così da raccordare le esigenze degli individui con i doveri inderogabili di solidarietà.

A sua volta l’art. 41 Cost. riconosce la libertà dell’iniziativa economica privata, purchè non in contrasto con l’utilità sociale e nel quadro della funzione sociale della proprietà.

Il codice civile del 1942 (art. 2082) stabilisce che “è imprenditore chi esercita professionalmente un’attività economica organizzata al fine della produzione o dello scambio di beni o di servizi ”.

Il successivo art. 2087 dispone che “l’imprenditore è tenuto ad adottare nell’esercizio dell’impresa le misure che, secondo la particolarità del lavoro, l’esperienza e la tecnica, sono necessarie a tutelare l’integrità fisica e la personalità morale dei prestatori di lavoro”.

2. La responsabilità sociale d’impresa

Oltre agli obblighi citati, l’impresa, quale formazione sociale depositaria dell’evoluzione della persona, assume una propria responsabilità sociale.

Infatti, al di là del giusto profitto, ogni intrapresa ha un impatto nel complesso delle relazioni sociali. Tali effetti sono positivi quando l’impresa incrementa la produzione, i livelli occupazionali e i consumi.

Si riscontrano invece ricadute negative se l’azienda concorre a distruggere ad es. le “residue” risorse naturali e a inquinare l’ambiente.

È riconosciuto che la dottrina sociale della Chiesa, a cominciare dall’enciclica “Rerum Novarum” di Papa Leone XIII (1891), e il collaudato sistema di “Corporate Social Responsibility” (Csr) del diritto anglosassone propugnano una strategia imprenditoriale illuminata ed eticamente sostenibile.

Anche l’Ordinamento italiano, per impulso della cultura liberale (si pensi ad Adriano Olivetti, precursore dell’equilibrio tra profitto e solidarietà sociale) e su sollecitazione dell’UE, ha recepito il principio della Rsi.

Si è quindi diffuso il sistema unificato e certificato di qualità, ora in via di adeguamento (entro il 2018) alla nuova edizione 2015 della Norma UNI EN ISO 9001, con riferimento altresì alla gestione ambientale (ISO 14001/2015) dell’energia (ISO 50001) e della salute e della sicurezza sul lavoro (ex OHSAS 18001).

In particolare, poi, il D.lgs. 8 giugno 2001, n. 231 ha codificato la disciplina della “responsabilità amministrativa delle persone giuridiche, delle società e delle associazioni”, prevedendo – in aggiunta a quelle penali e civili – pesanti sanzioni pecuniarie e interdittive nel caso di commissione di determinati reati-presupposto (elencati nella normativa medesima) a vantaggio o nell’interesse dell’ente.

Inoltre, il D.lgs. 9 aprile 2008, n. 81 (sostitutivo in toto del D.lgs. 626/1994), in materia di tutela della salute e della sicurezza nei luoghi di lavoro, ha espressamente definito (art. 2) la Rsi come “integrazione volontaria delle preoccupazioni sociali ed ecologiche delle aziende e organizzazioni nelle loro attività commerciali e nei loro rapporti con le parti interessate”.

3. La 4a Rivoluzione industriale e crisi del Welfare state

Il modello di riequilibrio sociale impostato sul public welfare (bene comune, benessere pubblico) e sul welfare state (stato del benessere sociale e assistenziale), si è progressivamente ridimensionato soprattutto a causa della grave crisi finanziaria che dal 2008 ha raffreddato finora la crescita e frenato lo sviluppo dell’economia globale.

Anche il sistema delle imprese ha subito pesanti contrazioni nella prospettiva dell’espansione di mercati e altresì dei profitti.

Sta di fatto che la “politique politicienne” (come dicono i francesi) è apparsa finora incapace di “governare” le sfide (e le opportunità) connesse alle profonde trasformazioni in atto, che vanno disegnando una epocale “transizione cognitiva” e una specie di “uomo virtuale”.

Del resto, la ricerca scientifica e le rapide applicazioni tecnologiche incalzano verso la 4a Rivoluzione industriale (intelligenza artificiale, automazione, big data, connettività estrema), dopo quelle impresse dalla catena di montaggio, dall’energia elettrica e dall’elettronica.

Tutto ciò in un contesto mondiale fortemente instabile e insidiato dalle guerre, dal terrorismo, dalla crisi migratoria e dal possibile fallimento dell’Europa unita…

4. Verso un nuovo welfare aziendale

Le lacune e il superamento del welfare pubblico portano ad attualizzare l’importanza di un welfare aziendale concepito come unica strategia vincente nella ricerca di nuovo equilibrio tra profitto e solidarietà sociale.

Il nuovo welfare si basa anzitutto su rinnovati rapporti interni tra impresa e dipendenti, considerati ora come “collaboratori” di un’unica squadra.

Questa visione mira a creare nella fabbrica un ambiente aperto, privo di barriere fisiche e psicologiche, idoneo ad investire sul modello tedesco del “sistema duale”.

Si tratta dell’alternanza scuola-lavoro quale metodo adatto alla circolazione e alla integrazione delle conoscenze (saperi acquisiti in aula) e delle competenze (formazione in the job).

È infatti provato che l’investimento sul capitale umano (direi meglio: sulla componente umana) incentiva i capaci e i meritevoli, garantendo la crescita personale e culturale. Sono così evidenti gli effetti positivi sulla immagine esterna, la produttività e la competitività dell’impresa.

Il welfare personalizzato e su misura, facilitato dalla tecnologia e inquadrato in una filosofia aziendale di rete (territorio, dipendenti, clienti, fornitori e investitori) rappresenta dunque un valore aggiunto.

Viene in particolare stimolata la “motivazione” dei collaboratori ancor più della retribuzione e degli stessi bonus produttivi; la motivazione infatti riduce le frustrazioni e lo stress del tran-tran quotidiano e porta ad un cambio di mentalità e a privilegiare gli incentivi legati alla qualità della vita e alla crescita personale.

Pertanto, superando la grassa e comoda way of life delle strutture e sovrastrutture burocratiche, l’azienda socialmente responsabile avrà il vantaggio di imporre i valori della sua identità, valorizzando le diversità proprie della componente umana.

Verranno poi da sole le best practices, le buone prassi di rigorosa impostazione etica e i comportamenti conformi alla (conveniente) legalità.

Benito Melchionna – Procuratore emerito della Repubblica