IMPRESA, FRATERNITA’, EFFICIENZA – editoriale di Delio Napoleone

Facciamo una premessa. Per capire la differenza tra imprenditoria e capitalismo, bisogna rispolverare qualche nozione di filosofia. Il pensiero moderno ha sostituito la metafisica con le scienze sociali. L’essere umano è contestualizzato, relativizzato e perde la legge morale naturale. La ragione umana diviene positivista, cioè si limita a constatare l’empirico. Elimina lo spirituale e diviene una ragione materialista. Non è una ragione neutra, perché l’eliminazione dello spirituale è arbitrale. Si tratta di una religiosità materialista. Questa religiosità materialista, che confonde la crescita con l’accumulo di denaro, confonde anche capitalismo e imprenditoria. Un grande contributo a distinguere il capitalista dall’imprenditore e a tifare decisamente per quest’ultimo è venuto da Papa Benedetto XVI. Nell’enciclica Caritas in Veritate, il Papa emerito ha superato la dicotomia “for profit contro no-profit”, perché questa distinzione pone al centro dell’impresa il profitto nel senso di guadagno monetario. In realtà, il profitto come finalità, come accumulo di capitale, è un parametro obsoleto e dannoso, più adatto a uno speculatore che a un imprenditore. L’imprenditore, se tale vuol essere, deve avere come obiettivo un progetto più complicato, di più lungo periodo e antropologicamente più complesso della semplice ricerca di profitto. Il vero imprenditore, infatti, persegue il profitto nella sua accezione originale: non gli basta avere un roe (return on equity) positivo, ma vuole andare avanti, progredire, ottenere risultati, in latino proficere. Ed è proprio questo l’obiettivo della maggior parte degli imprenditori. Se così non fosse, di questi tempi, molti di noi avrebbero convenienza a chiudere l’impresa e vivere di rendita o di speculazioni finanziarie.

Se l’impresa è in crisi dipende anche dal fatto che gli imprenditori hanno perso le loro motivazioni originarie. Nel XIX secolo, e in parte anche nel XX, il pater familias lavorava per la propria famiglia: si proiettava nel futuro, quasi nella creazione di una dinastia. Il suo orizzonte temporale di profitto si estendeva ai figli, ai nipoti. Con la perdita dei valori famigliari, viene meno il desiderio di lavorare per l’avvenire, proprio e dei propri cari. Queste osservazioni sono del nostro Papa emerito, ma anche di economisti come Schumpeter (cfr. Capitalismo, socialismo e democrazia, 1954). 

Benedetto XVI (e il suo successore, Papa Francesco, sembra della stessa opinione) ripropone il dono come atto economico, essenziale all’ordine economico. Quando Ratzinger parla di dono come gratuità non intende la beneficenza, ma il perseguimento del valore condiviso, cioè la capacità dell’imprenditore di perseguire la crescita (misurabile col profitto monetario) senza sacrificare la dimensione socio-relazionale e quella spirituale. In quest’ottica, il lavoro non è più un fattore di produzione alla stregua delle materie prime e quindi non va assoggettato alle logiche di efficientamento del processo produttivo. Al contrario, il processo produttivo deve essere organizzato in modo tale da consentire ai lavoratori uno sviluppo umano integrale. Bisogna investire nella qualità, nell’innovazione, nell’aggiornamento professionale dei lavoratori e nelle relazioni con i dipendenti e con le altre realtà imprenditoriali. La logica di ridurre i costi dei fattori di produzione (inserendo fra questi anche il capitale umano) per aumentare i profitti monetari ha tolto dignità alle imprese, agli imprenditori e ai loro dipendenti. Nel lungo periodo, invece, fraternità ed efficienza non sono più principi antitetici, ma l’uno causa dell’altro.

Bisogna quindi riposizionare al centro dell’economia (e della finanza) la persona. Il lavoro, se dignitoso, porta allo sviluppo della persona, la libera dai viluppi, le dà libertà. Si tratta solo di una nuova rivoluzione copernicana. Come Copernico riscoprì le teorie eliocentriche del greco Aristarco da Samo, così il Papa emerito ci invita a riscoprire le teorie umanocentriche dell’economia. Nel nostro caso, bisogna contestare l’etimologia indicata da Rousseau nella Grande Encyclopédie per cui economia viene da oikos (casa) e nòmos (legge) e riaffermare piuttosto la tesi dell’economista Kurt Singer (Oikonomia) per cui l’origine nel termine omerico nomòs (cura del gregge) da parte di un pastore (nomeus) che, perfino in circostanze economiche difficili, distribuisce (nemo).

Delio NAPOLEONE